Quello che le donne si sentono dire.

Citazioni di ordinario sessismo. Da “Sii più dolce, sei pur sempre una donna!”, passando per “Questa non è roba da brave ragazze”, per arrivare a “Sì, ma senza maternità una donna non può dirsi completa!”, non c’è donna al mondo che non abbia subito un qualsiasi tipo di commento, anche se di tipo falsamente benevolo, solo in quanto donna. Scriveteci le vostre, se preferite in privato sulla nostra pagina facebook, e le aggiungeremo. Perché non si tratta mai di un caso isolato. Troppo spesso, di un caso in isolamento.

 

“Credo sia necessario che te lo dica io, perché tu forse sei troppo ingenua per accorgertene, tu dormi in piedi: lui non è semplicemente un amico, lui ha dei secondi fini. Insomma, è palese, lo vedono tutti. E io ci faccio la figura dello scemo. Ma io non lo dico per me, lo dico per te. Vedi tu”.

 

“Fammi capire che avete a che fare tu e lei: obiettivamente, lei è poco più di una puttanella! Vuoi che la gente ti associ a lei? E tu e quell’altra? Di che parlate? Tu sei una ragazza così colta! Non ho capito cosa abbiate da spartire. Per non parlare di quell’altra ancora. Continuando a frequentarla, potresti diventare come lei. Ma io non accetterei quello che accetta il suo fidanzato. Vedi tu”.

 

“Non è che non mi fidi di te. Non mi fido degli altri”.

 

“Il tuo problema è che sei troppo di sinistra, sei troppo femminista, troppo radicale. Non ti piacerebbe essere un po’ più tranquilla, moderata, dolce? Se continui così, alla lunga avremo dei problemi”.

 

“Certo, la politica potrà continuare ad interessarti. Ma non quella attiva. Insomma, in famiglia basta uno! E qualcuno, poi, si dovrà prendere cura dei figli, no? Un minimo i ruoli vanno rispettati”.

 

“Perché non posso venire anch’io? Perché ci devi andare da sola? Cosa le devi dire che io non possa ascoltare? Non siamo un noi? Allora, cosa c’è che io non posso ascoltare?”

 

“Perché io lo dico per noi! Perché io ti amo! Non lo vedi quello che mi fai? Non lo vedi quanto soffro?”

 

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La violenza sotto la pelle.

12244844_924163081003152_5450269746697924652_o   Oggi, 25 novembre 2015, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ci ritroveremo presso lo spazio Novadea, interno alla libreria Prosperi di Ascoli Piceno, per parlare della violenza sottile, endemica, quella che non assume necessariamente la forma dell’occhio nero o del femmicidio, ma che ne è indubbiamente l’antefatto. Lo faremo prendendo spunto da letture di stralci di testi di Miriam Mafai, Gioconda Belli, Eve Ensler e Goliarda Sapienza.

Vi aspettiamo dalle 18:30.

 

Aradia in Finlandia: Empowering Wo/men V

L’associazione Aradia ha partecipato, dal 26 al 30 ottobre, al Seminario Europeo CAM00680Empowering Wo/men che si è svolto a Turku, in Finlandia. Essere selezionate tra 484
associazioni è stato certamente un riconoscimento dell’impegno di Aradia nella
promozione del Gender Mainstreaming ed in particolare dell’ottica di genere nel lavoro con infanzia e gioventù come strumento di prevenzione della violenza contro le donne e minori.
La partecipazione al seminario è stata una grande opportunità per apprendere nuovi strumenti, approfondire riflessioni, confrontare le azioni utilizzate. Aradia considera un valore, non solo la condivisione delle esperienze, ma anche la collaborazione e la creazione di nuove reti, e quest’incontro ha rappresentato l’occasione per l’ideazione di nuovi progetti che vedranno coinvolti le/i giovani del territorio insieme a quelli di altre nazioni, oltreché educatrici ed educatori.

Al seminario hanno partecipato 40 associazioni provenienti dall’Unione Europea, dai Balcani e da alcuni dei paesi Partner del Progetto Europeo Erasmus+, come Giordania, 12038484_10156136311695153_6012513353474375771_nMarocco, Algeria, Israele e Bielorussia. Il Seminario aveva l’obiettivo di promuovere l’ottica
di Genere nel lavoro con le/i giovani.  L’offerta formativa è stata molto diversificata ed ha fornito molti stimoli, pur non offrendo molti spazi per il lavoro personale sul superamento degli stereotipi di genere.

Nel corso delle giornate abbiamo assistito a tre interventi teorici.

Il primo è stato “Gender” di Veronika Honkasalo, consigliera comunale di Helsinki e ricercatrice presso la Finnish Youth Research Society. Ci ha presentato la sua ricerca sulla relazione tra le “questione di genere” e l’immigrazione, mostrandoci come a volte la prima possa essere strumentalizzata per rafforzare degli stereotipi culturali. Particolare attenzione è stata data ai libri di testo utilizzate nelle scuole che appaiono spesso inadeguati, presentando immagini come quella di donne con il burka con accanto la didascalia –Noi Finlandesi siamo molto liberi, per esempio andiamo nudi nelle saune, i musulmani invece devono coprirsi il corpo e non possono baciarsi nei luoghi pubblici-.

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Che cosa significa Gender?

 La “questione di genere” sembra dunque in continuo mutamento, è una questione aperta che si interseca con il contesto sociale di riferimento. Purtroppo spesso le donne subiscono una doppia discriminazione, sia come donne sia come migranti, e crediamo che la portata di tale discriminazione non sia da sottovalutare.

Il secondo intervento è stato di Mandy Michaely Co-Ceo of IGY (Israel Gay Youth ) “Gender sensitive approach to Youth Work”.

Parlare d’identità sessuale e di orientamenti sessuali significa affrontare una tematica che ancora oggi in molti paesi è un tabù ed incontra le resistenze di insegnanti, genitori e comunità in genere. Per l’associazione Aradia questa rappresenta una sfida particolarmente importante sia per il fatto che nella provincia di Ascoli Piceno non ci sono altre realtà associative e/o luoghi istituzionali di accoglienza e di informazione per le persone Lgbt, sia perché Aradia opera principalmente in un territorio di provincia, dove spesso si incontrano dei limiti dovuti alla minore presenza di stimoli rispetto alle capitali europee.

Oltre ad una riflessione, ampiamente condivisa da Aradia, sul bisogno spesso violento della società di classificare le persone e di attribuire loro un determinato ruolo sociale, Mandy Michaely ci ha fornito alcuni strumenti pratici da usare nel lavoro quotidiano, come Chiedere con quale pronome si vuole essere chiamat@” o Fare attenzione a non dividere il gruppo per genere”.

Il terzo intervento Youth work and gender sensitive approach in Finland” di Mari Uusitalo-Herttua della “girls house”; Tatu Tossavainen, della “boys house”; e Marika Gustafsson, City of Turku – Youth Services.

La città di Turku ha investito molte risorse nei servizi dedicati alla gioventù offrendo diversi tipi di servizi. La casa per i ragazzi e quella per le ragazze nascono dall’esigenza di avere luoghi specifici per ogni gruppo di appartenenza, che sono non solo luoghi fisici, ma anche spazi di riflessione sulla propria identità. Questo stimola delle riflessioni nel gruppo: è giusta questa divisione? Non andiamo in questo modo ad ampliare la distanza fra due mondi? Chi non sa definirsi in un genere o nell’altro dove va?

Sarebbe bellissimo presuppore una libertà di espressione e una capacità di apertura emotiva tale da poter creare spazi protetti e di riflessione con ragazze e ragazzi insieme, ma l’esperienza fa pensare che non sia ancora la strategia giusta. Sicuramente per noi resta una domanda aperta su cui continuare a riflettere.

L’ultimo giorno abbiamo avuto la possibilità di visitare le relative strutture, ed Aradia ha deciso di approfondire il progetto di sostegno e di inserimento lavorativo per le/i giovani disoccupate/i appartenenti alla minoranza linguistica svedese.

Ulteriori spazi di lavoro sono stati dedicati ad attività di conoscenza sia personale sia dell’associazione di riferimento. In queste occasioni è emersa la numerosa presenza di personale femminile nelle Ong e/o associazioni pur constatando che le posizioni decisionali sono per la maggior parte occupate da uomini. L’associazione Aradia è una delle poche realtà interamente femminili e prive di una struttura piramidale. Abbiamo condiviso con il gruppo l’importanza della pratica femminista dell’orizzontalità e le modalità con cui Aradia cerca di svilupparla, unendo l’attenzione al benessere delle socie insieme all’utilizzo di strumenti quali il teatro o le tecniche di metodologia del consenso per prendere decisioni condivise.

12188927_10153122901181128_7563874258153378838_nAradia inoltre durante la sessione specifica dedicata alla condivisione degli strumenti ha facilitato un workshop di Teatro Forum, uno strumento privilegiato per la risoluzione di conflitti e per l’emersione delle dinamiche di genere. Il Teatro Forum è una delle tecniche del Teatro dell’Oppresso di Augusto Boal. Il Teatro-Forum, emblematicamente, mette in scene delle situazioni di ingiustizie, e permette allo spettatore di entrare in scena e sostituirsi ai Personaggi, per tentare dei cambiamenti, per migliorare la situazione presentata inizialmente. La base teorica è la Pedagogia degli Oppressi di Paolo Freire e il fine appunto quello di sviluppare una coscienza critica che ha il potere di intervenire sul mondo.

CAM00686La condivisione di strumenti utili, e più in generale la riflessione sul Genere, sono stati sia
un momento di approfondimento teorico, sia un’occasione di conferma dell’operato e
dell’approccio teorico dell’Associazione, che già mette in pratica molti dei consigli proposti durante il seminario.

Aradia ha accolto con entusiasmo la formazione in merito al Programma Erasmus+, apprezzandone le potenzialità e le possibilità che può offrire. A tal proposito infatti tra le 4 sessioni di approfondimento proposte (Gruppo di riflessione sul genere- Gruppo di Riflessione sul femminismo- Gruppo di riflessione sul seminario-creazione di nuove partnership) Aradia ha partecipato a quella dedicata alla creazione di nuove partnerships.  Particolarmente significativo ci è sembrato il programma “Job shadowing” un’occasione per osservare il lavoro di un’altra Ong e poterlo poi integrare e riadattare al proprio contesto. Pur non avendo avuto il tempo necessario per discutere i progetti e nello stesso tempo verificarne la fattibilità con la Formatrice referente del Programma Erasmus+, la creazione di nuove collaborazioni è stata uno dei maggiori risultati raggiunti.

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Diana Capriotti

Breve corrispondenza fra femminista ubriaca e cattolico da bar.

Lo scorso anno sono stata coprotagonista di uno scabroso episodio alcolico. Mentre sproloquiavo con Giorgio Canali, e avevo entrambe le mani impegnate con bicchieri di birra, un giovane uomo lì presente ha catalizzato tutto il mio estro etilico, facendo sprofondare nell’ombra il chitarrista dei CCCP e successive ri-conversioni.

I ricordi sono molto offuscati. Come ogni volta che esagero, la mia diplomazia subisce un picco negativo e, complici forse le mie dimensioni, mi trasformo in una rumorosissima Pinscher.

A quello che è diventato un grottesco comizio all’esterno di un locale ha fatto seguito una breve corrispondenza online, tanto per allietare i miei postumi. Nulla di cui vantarsi. Un modo scanzonato per constatare lo stato dell’arte su femminismo e diritti umani per un qualsiasi sconosciuto.

Lui: Penso ancora a ieri notte [per un attimo ho temuto si trattasse di una dichiarazione d’amore, tipo sindrome di Stoccolma!]  e alla conversazione che è scaturita da una mia affermazione: “i ventenni di oggi sono una generazione perversa…” poiché figli di genitori formatisi culturalmente della liberticida rivoluzione sessantottina. Da lì in poi sei entrata in campo tu e il tuo pensiero femminista [lo ammetto: lo porto sempre con me in borsetta!], che è quanto di peggio potremmo insegnare ai bambini di domani. Il femminISMO, come tutti gli ismi e le ideologie [ma sì! Vada per un fritto misto e non se ne parli più!], tende ad egemonizzare il pensiero, mentre l’uomo ha bisogno di diversificarsi, di esprimere la sua propria unicità. Comunque, non voglio certo sottovalutare il tuo impegno, che sicuramente sarà mosso da nobili ragioni [ma anche no!], ma pongo una questione in merito: tu mi hai screditato più volte in quel dialogo, dicendo che parlavo senza cognizione di causa (ad esempio, quando esponevo la mia idea sull’aborto) [già!] o che non avevo nessuna competenza, al contrario tuo [beh… da sobria sono più realista sulle mie competenze, ma con te vinco a mani basse]. E addirittura, ti ho colta in uno slang linguistico [what?] che molto bene descrive il tipo di approccio che hai nel dialogare con gli altri.  Rivolgendoti ad un amico hai detto: “Ecco! Mò finisco di parlare con questo e vengo da te”. Definire un essere umano “questo” (il tuo diretto interlocutore, che ero io) non solo scredita me, ponendomi al pari di un oggetto, ma scredita il tuo prossimo in generale [cioè… io avevo la bava alla bocca e tu ti scandalizzi per un “queshto”? Amico mio, siamo in Abbbruzzo!]. Quindi mi dice che tu, nonostante ti batta per la pari dignità della donna, riconosci poca dignità alle persone che hai di fronte. Siano esse o poco istruite a parlare o poco consone, o poco gradevoli, o poco concordi. Io, cara Silvia, sono pienamente in disaccordo con te, ma come Rousseau dico che darei la vita affinché tu sia libera di poter esprimere un pensiero [oh! Finalmente qualcuno che continua a sbagliare sulla paternità della famigerata citazione, senza nominare Voltaire. Innovativo!] e, soprattutto, ama il tuo prossimo come te stesso, e così non avrai nulla da eccepire.

Volevo consigliarti la visione di questo video , in cui non solo ci sono dei dati sulle ricerche norvegesi sulla diversità dei generi, ma te lo consiglio per farti conoscere un’autrice fantastica come Costanza Miriano [no, non commenterò!].

Se amate farvi del male, il video in questione sarebbe questo https://www.youtube.com/watch?v=1jqzg-AXyC4&feature=youtu.be

Io: Ti chiedo scusa per essere stata maleducata e arrogante, purtroppo quando bevo un po’ troppo i miei modi non sono proprio signorili [#eufemismi]. Ciò non toglie che la sostanza di quello che ho detto la condivido pienamente.

 

Lui: Quindi condividi il fatto che io non ho diritto ad esporre un mio pensiero perché privo di competenze specifiche? Spero di aver frainteso!!! [Per una volta in cui siamo d’accordo, perché dubitare di te stesso?] Comunque, il libro di Costanza Miriano che volevo consigliarti si intitola “Sposati e sii sottomessa” che detto così fa venire i brividi, invece prende spunto dalle parole di San Paolo che diceva che la donna era sotto/messa nel senso di stare alla base (capace di reggere – fondamenta)!!!  [Ah, beh… allora è tutta un’altra storia, corro a comprarlo!]

 

Io:  Allora, spero di essere più precisa e lucida per iscritto, nonostante il mal di testa [dove mi sto continuando a ficcare?]. Partiamo da un presupposto: il femminismo ambisce alla valorizzazione delle differenze, intese come peculiarità e caratteristiche individuali, al di là del sesso e del genere, e all’abbattimento delle diversità, quindi di tutti quei meccanismi che non consentono il pieno esercizio di tutte le possibilità a chiunque, che sono invece sostenute  dai concetti di sesso e di genere o da altre categorie discriminanti [complimenti, Silvia! Neanche impegnandoti avresti potuto fare più confusione]. Questo, in sostanza, è il fine di qualsiasi movimento che sia guidato da un unico macrobiettivo: il rispetto dei diritti umani. Se a te è capitato di sentire di qualche riflessione isolata che vorrebbe “le donne contro gli uomini”, questo non è un obiettivo precipuo del femminismo, ma una degenerazione di un gruppo ristretto [sì, l’enclave delle mangia uomini riunite in concilio ecumenico] e che, comunque, io non appoggerei nella maniera più assoluta, neanche se esistesse come filone di pensiero accreditato.

Ora, so di essere stata sgradevole con te per il modo in cui mi sono esposta e torno a scusarmi, se è necessario [e bastaaa!]. Però, a prescindere dalla nostra conversazione, in generale noto un certo pressappochismo quando si parla di tematiche inerenti le questioni sociali: è giusto che chiunque possa esprimere la propria opinione [che meravigliosa ipocrita so essere, se voglio!], ma bisogna sapere di cosa si sta parlando. Io, ad esempio, posso dirmi favorevole o contraria alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina [cioè… davvero è stata questa l’unica metafora a venirmi in mente?], ma solo un ingegnere e un biologo marino possono dire qual è l’impatto che questo avrà sull’ecosistema. Per intenderci, sono dell’avviso [?] che per parlare di questioni sociali ci sia la necessità di un sapere specialistico. Non è che siccome una determinata cosa riguarda gli esseri umani in generale, tutti gli esseri umani ne possano parlare indiscriminatamente [mh!].

Appena avrò tempo guarderò il video che mi hai consigliato [no! Non farlo!]. Ma posso già dirti (e di questo sono pienamente convinta) che la religione non dovrebbe avere nulla a che fare con la pratica politica. E le questioni che riguardano l’essere umano in astratto sono sempre e solo questioni politiche. Hanno, ovviamente, implicazioni etiche. Ma queste vanno gestite singolarmente, non possono essere un’esperienza collettiva [Ciao, sono Silvia! Oggi faccio il gioco della dottoressa con categorie e concetti che non padroneggio pienamente e sfido il mio interlocutore a chi la spara più grossa]. La politica, e quindi il diritto, devono poter permettere a chiunque di agire in piena libertà [come non pensare a questo meraviglioso inno?].

Per capirci: posso essere io stessa contraria all’aborto e spero di non dovermi mai trovare nella condizione di dover fare una scelta del genere [To’, ti voglio sorprendere: le femministe non usano l’aborto come anticoncezionale]. Ma pretendo che esista una legge che consenta ad ogni singola donna di fare la scelta più giusta per la sua situazione contingente. Dicasi lo stesso per il divorzio e quant’altro.

Per quanto riguarda l’esempio che porti tu, ovvero le lettere di San Paolo […]  ti segnalo la prima lettera a Timoteo [mi hai provocata? Mò ti becchi il sermone]: “[11]La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. [12]Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. [13]Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; [14]e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. [15]Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.” Ricordandoci, inoltre, che parliamo di testi che non hanno alcun valore storico (anche se non giudico [mento!] che per un credente possano avere un valore di guida inestimabile), non mi sembra il caso di fare appello a loro né quando si parla di uomini, né quando si parla di donne.

Per concludere [ce la posso fare!]: pur volendo dare adito all’interpretazione che vorrebbe la donna alla base, capace di reggere, io non voglio reggere proprio nulla. Io non voglio essere alla base di niente. Io voglio, nel rispetto delle mie e delle altrui differenze, avere le stesse possibilità di un uomo [punto!].

Ah… concedimi una nota polemica: ai bambini di domani va insegnata la capacità di rispettare se stessi e gli altri. Così, sapranno come reagire quando un prete (e con questo non voglio dire che tutti i preti siano uguali, ma i fatti parlano) tenterà di circuirli [Uuuuuuuuuuuuuuuuuuh!]. Il femminismo, quantomeno, non violenta nessuno.

 

Lui: Vedo che sei una ragazza molto colta [sicuramente corta], hai una grande preparazione socio culturale [sì, nel mulino che vorrei], si vede che tieni bene la conversazione apportando sempre svariate argomentazioni a sostegno delle tue tesi… tuttavia tanta cultura non vale nemmeno un chicco di sapienza [ah, ecco dove sta la fregatura di tanto manierismo!] e la cultura senza la sapienza è come cibo privo di sale, è quindi insipido, senza sapore, né può conservarsi a lungo [che sia benedetta l’invenzione del frigorifero, ora e sempre]. Ora ti consiglio vivamente dal profondo del cuore [no, grazie… non è necessario], e fidati è bello scoprire di averlo, [qualcosa mi dice che ce l’ho… deve essere il fatto stesso che respiro a suggerirmelo] di lasciar da parte per un po’ tutto ciò che hai studiato, che di sicuro sarà motivo anche di sofferenza per te… [come? Dov’è il nesso? Help! Voglio scendere!] e chiederti se ciò che ti fa soffrire venga da Dio e vedrai che la risposta sarà univocamente una. Ma ancora tutto ciò non lo comprendi… [non ho capito se questa è una profezia o una iettatura!] la benedetta tra tutte le donne a 14 anni ha dovuto dire un Sì molto responsabile, molto forte, deciso, ponendo in essere un atteggiamento che oggi nessuna sognerebbe nemmeno di pensare di avere [potresti pensarci tu, o il coso che ti sballonzola fra le cosce non  ammetterebbe l’abnegazione?]. Ecco a LEI ti consiglio di guardare [aridaje co’ ‘sti consigli!] quando pensi a un ideale “giusto” di donna [no, grazie. Non penso proprio a nessun ideale]. Non giudicarmi ora, né mai [#enricostaisereno]. Spero un giorno tu possa capire [eh… sarà difficile, spero]. Buona fortuna, è stato comunque un piacere averti incontrata [frequentiamo entrambi l’unico locale a 5 km da casa mia, probabilmente ci incontreremo di nuovo].

 

Io: XXX, non ci siamo capiti: io non voglio giudicarti. Non mi interessa proprio. E non ho capito cosa ti faccia pensare che io soffra. Ti assicuro, oltretutto, che un cuore ce l’ho e funziona opportunamente sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista emotivo [su quest’ultima cosa non ci giurerei, ma credo sia ampiamente trascurabile. Faceva scena scriverlo]. Se poi vogliamo parlare della Madonna [sermone due, la vendetta: m’hai provocata? Io me te magno!], diciamo pure che non ne sappiamo niente: ne parlano solo due vangeli su quattro e di lei si dice poco e niente. Oltretutto, lei stessa parla in rarissime occasioni, com’era normale che fosse per una donna nella cultura ebraica del tempo. Il resto (con tutto il rispetto, non voglio essere blasfema, riporto solo i fatti dal punto di vista storico) è tutta una costruzione culturale della Chiesa cattolica, dai dogmi alle scelte dei Padri della Chiesa. Molto altro è stato voluto dalla devozione popolare, che ha accolto volentieri un’immagine divina materna. Ora, ovviamente tu sei libero di credere a ciò che vuoi, la fede prescinde da qualsiasi tipo di contatto con la realtà dei fatti [come nelle psicosi, osservava qualcuno]. Ma la fede deve rimanere assolutamente separata da tutto ciò che non riguarda l’intimità di ognuno e che, invece, interessa scelte collettive. Per le donne cristiane di tutte le epoche avere come unico modello con cui confrontarsi quello di Maria ha significato sopportare qualsiasi tipo di angheria, pur di tutelare la vita familiare. Ha significato prendersi cura unicamente della famiglia, di quella stessa famiglia che è troppo spesso teatro di tante violenze taciute (e questo accade “da sempre”, non è stata un’invenzione della Chiesa, ma sicuramente questa non ha fatto nulla perché questo stato di cose millenario cambiasse e ha colpevolizzato ed emarginato le donne che hanno avuto il coraggio di fare altre scelte) e di rinunciare a se stesse, come se nascere di sesso femminile debba corrispondere necessariamente ad un destino segnato. Io questo non posso accertarlo. Mortificherebbe la mia intelligenza. Per me essere cristiana [ebbene sì, ero agli sgoccioli della mia ostinazione a credere in qualcosa] vuol dire agire sempre nel rispetto dell’altro, chiunque esso sia. Per questo è fondamentale agire secondo conoscenza, perché il punto di vista con cui si guarda ad un determinato fenomeno deve includere il rispetto di tutte le culture, di tutti i sessi, di tutti i generi, di tutte le religioni. Buona fortuna anche a te [manco fossimo partiti per la guerra!].

 

A giudicare da quello che ci siamo scritti, non oso ricordare cosa ci siamo detti.

 

Silvia Ricci

 

Ti piace vincere facile? Amato vs Educare alle differenze.

Trovo che le associazioni di idee rappresentino sempre un dato molto interessante ed eloquente. Ogni volta in cui scelgo di guardare un video dell’Avvocato Amato, Presidente di Giuristi per la vita, alla mia mente torna una scena di Bianca, film di Nanni Moretti.

Con l’avvicinarsi dell’autunno, il mio livello di masochismo va acutizzandosi – solitamente segue un andamento inversamente proporzionale a quello del letargo –  così, con alcune socie di Aradia, abbiamo scelto di assistere all’incontro “Giù le mani dalla famiglia”, voluto dalla Consulta per la famiglia di Ascoli Piceno, patrocinato dal relativo Comune e  tenuto dallo stesso Avvocato Amato. Qui la delirante versione integrale. 

Indicazioni per arrivare alla sala dove si è svolto l'incontro

Indicazioni per arrivare alla sala dove si è svolto l’incontro “Giù le mani dalla famiglia”. #coincidenze

Il Sindaco Castelli, durante i saluti iniziali, ha sollecitato l’Avvocato a non limitarsi ad ostacolare il famigerato gender, ma anche a portare avanti “l’elaborazione culturale, propositiva, di temi e sistemi che, sposando un’antropologia personalistica e cristiana, possano sì parlare di come sia giusto e necessario contrastare la discriminazione delle donne e dell’uomo, ma da un punto di vista diverso da quello LGBT”. Per parlare di discriminazioni, l’unico punto di vista valido è quello consolidato nell’ambito della tutela dei diritti umani, ma a quanto pare Ascoli ha un Sindaco fantasioso.  Ha aggiunto: “farei la stessa cosa fatta dal Sindaco di Venezia, qualora fossi messo nella condizione di farlo”, riferendosi agli opuscoli UNAR, commissionati all’istituto BECK, senza considerare (o meglio, senza sapere, visto che per il tenore di questi interventi non si è tenut* a sapere di cosa si parla) che questi erano stati bloccati già un anno prima che Brugnaro si sperimentasse in attività nazifasciste con l’elenco dei 49 libri messi al bando, e che gli opuscoli – in ogni caso – erano stati pensati e redatti per l’utilizzo da parte di insegnanti e genitori, non per la consultazione diretta da parte delle/degli alunn* cosa che, puntualmente, anche Amato dimentica (sic!) di dire.

Non vi starò a raccontare tutte le mistificazioni propinate da Amato, anche il mio masochismo ha un limite! Oltretutto, quest’uomo è in grado di ricreare ogni volta un ambiente familiare (sarà la fissa per la “famiglia naturale” che ossessiona lui e il suo entourage?), riproponendo costantemente gli stessi argomenti, gli stessi aneddoti corredati dagli stessi identici commenti, che potete comodamente trovare su youtube, in una grottesca specie di coazione a ripetere.

Solo delle brevi notazioni:

  • La bassezza demagogica di affermazioni del calibro: “Se non esiste la teoria del gender, perché prendersela tanto?” Non ricordavo un meccanismo deduttivo così puerile dai tempi delle elementari, quando ti si domandava se ti piacesse Caio, e se tu arrossivi, era lapalissiano che fossi innamorata di Caio, punto.
  • La palese assurdità delle definizioni che si propongono. Così, la teoria gender, che continua ad esistere solo nella testa di chi la aborre (la cosa ha, innegabilmente, un che di psicotico!) sarebbe “l’idea per cui uno è uomo o donna, maschio o femmina, non in base a come è strutturato biologicamente, o anatomicamente, ma in base a come si sente di essere al momento, perché è una situazione che può transitare”, tentando di incriminare, ridicolizzare e riassumere con dolo tutto il filone degli studi di genere.
  • Il complottismo da analfabetismo funzionale: “Voi non troverete mai la parola gender, perché gender è una parola inglese e, almeno fino ad oggi, le leggi si scrivono in lingua italiana”. Che romantico e nostalgico spirito autarchico!

Sorvolando sulle classiche e abominevoli mistificazioni riguardo la Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, proposta dall’UNAR, o gli Standard OMS, spacciandoli come direttive che impongono di impartire lezioni di masturbazione all’asilo, Amato ora fomenta le folle con un nuovo espediente: il negazionismo. Ebbene sì: chi si occupa di educazione alle differenze, all’affettività, alla sessualità consapevole farebbe parte, in realtà, di un esercito occulto di esaltat* che nega di traviare la mente delle/dei più piccol* con la teoria del gender, ma che ne è lo strenuo, enigmatico, sovversivo  e, quindi, pericolosissimo difensore e divulgatore!

Non se ne può più! Non possiamo continuare a perdere tempo per persuadere soggetti più o meno pensanti dell’infondatezza e della dolosità di questo tipo di disinformazione.

Per passare all’azione, invece, ci siamo ritrovat* alla seconda edizione di Educare alle differenze, evento di autoformazione organizzato dall’Associazione di promozione sociale Scosse, Stonewall GLBT Siracusa e Il Progetto Alice che, per il secondo anno, si sono assunte l’onore e l’onere di far convogliare in una due giorni l’impegno di più di 200 associazioni, realtà territoriali e professionalità singole (per lo più, come è ovvio che sia, insegnanti, educatrici/tori, assistenti sociali e psicologhe/gi) che con metodi, strumenti e attività diversificate lavorano per il rispetto dei diritti umani di tutte e di tutti. Fra le circa 800 persone presenti quest’anno, molte erano anche “semplici curiose”. Cittadin* che riescono a guardare oltre l’orticello dei propri interessi privati.

Ricchissimo il programma, organizzato su tavoli paralleli e tematici che hanno scandito la giornata di sabato 19 settembre, realizzati grazie ai contributi di una call pubblica bandita la scorsa primavera, a seguito della quale le associazioni di cui sopra hanno avuto la cura di selezionare quelli più significativi, con un vero e proprio imbarazzo della scelta. Ne è emerso un panorama nazionale dai colori cangianti e in pieno fermento, nonostante tentativi più o meno riusciti di boicottaggio, ostruzionismo e messa al bando.

Un assaggio dei tavoli a cui ho preso parte.

Come resistere a un “Fuori programma”?  Ho iniziato, quindi, con La differenza insegna: canoni, lingua e rappresentazioni, a cura del Laboratorio di studi femministi “Sguardi sulle differenze“, dell’Università La Sapienza. Si è  partit* dal riflettere sul canone (inteso come ciò che è dentro o fuori dalla norma, ciò che è dentro o fuori dalla casa del sapere) per pervenire insieme alla necessità di ridiscuterlo dall’interno, come gesto politico da compiere in particolare nei luoghi di formazione, e di osservalo dall’esterno con occhio critico. Nel suo intervento, Annalisa Perrotta ha sottolineato come l’esclusione dal canone non dipenda da questioni di merito e ci ha invitat* a diffidare – nel caso per alcun* ce ne fosse bisogno – di percorsi costruiti ad hoc (per intenderci, qualcosa che suoni tipo “Le donne nella letteratura”, “La scrittura femminile” o simili) e ad auspicare una didattica radicalmente nuova, che parli di soggetti sessuati. Gabriella De Angelis ci ha guidat* in un interessantissimo viaggio “Da Omero a Plutarco: il divieto di parola imposto alle donne. Rileggere in ottica di genere i libri del canone”. Mai ho avuto così voglia di tornare al IV ginnasio e fare tutto da capo! Laura Salvini ha fatto per noi un excursus di letteratura inglese e americana. Ci siamo ricordat*, ad esempio, di come in Romeo e Giulietta la vecchia generazione sopravviva alla più giovane, patita per le scelte della prima, riflettendo sul bisogno di instaurare una relazione insegnate – discente che non sia mai autoritaria nel senso paternalistico del termine. Rita Toni ci ha mess* in guardia da “l’idea che la parola scritta, la creatività, il genio siano qualcosa di astratto e non incorporato: nell’incorporeità è il vero inganno, perché trasforma ciò che è parziale in generale e assoluto”. Sonia Sabelli ha sottolineato l’importanza di partire sempre da una prospettiva intersezionale quando si decide di guardare, ascoltare, leggere, studiare o creare un prodotto culturale.

Poi sono passata al tavolo “Esperienze 15 – 18” per ascoltare Tiziana Mangarella nel suo Il metodo della ricerca-azione nella prevenzione del sessismo e del bullismo omotransfobico, percorso interattivo e auto-formativo sugli stereotipi di genere e sugli stereotipi eterosessisti, realizzato seguendo gli spunti tratti dal libro Di che genere sei?, scritto a quattro mani con Beatrice Gusmano, di cui l’autrice ci ha mostrato in particolare le parti dedicate ai giochi e alle attività pratiche da fare con le/i ragazz*. Per chi fosse interessat*, sul sito della stessa casa editrice è consultabile il rapporto di ricerca Family Matters in Puglia, sulle esperienze di familiari di giovani lesbiche e gay.

Se è vero che il primo amore non si scorda mai, sono tornata al tavolo “Fuori programma” per partecipare al laboratorio Disapprendere il genere. Drag king e smascheramento della maschilità, a cura di Lucia Leonardi, Rachele Borghi e Olivia Fiorilli. Un approccio molto soft, pensato per chi, come me, si trovava alla sua prima esperienza. Molte le analogie con le pratiche del teatro dell’oppresso. Le conduttrici  ci hanno spronate, con suggestioni e provocazioni, ad immaginare il nostro king. Vi riporto le parole di Silvia Vaccaro, giornalista di Noidonne, pubblicate sul suo profilo facebook, perché rendono perfettamente l’idea che condivido anch’io: “Oggi primo laboratorio di Drag kinging della mia vita. Senza travestimento ma molto bello comunque. La scoperta: il mio king, il mio alterego maschile che ho chiamato Matteo, mi sta simpatico ed è femminista”. A riprova del fatto che, per chi sa fare dell’ottica di genere un progetto politico quotidiano, non esistono due mondi, né metà del cielo: anche le pratiche trasformative più irriverenti e libere possono essere costantemente decostruite e personalizzate.

Ma i momenti di condivisione collettiva su larga scala sono la cifra stilistica di Educare alle differenze. La plenaria ha aperto e chiuso i lavori dei tavoli. Tutta la mattinata di domenica è stata dedicata alla restituzione da parte delle/dei partecipanti e delle/dei professionist* che hanno tenuto seminari, condotto laboratori o facilitato gruppi di lavoro. Fra i commenti finali, voglio parafrasare le parole di Anna Maria Crispino, direttrice di Leggendaria, che per me sono suonate come un monito e un ulteriore sprone: perché è stato creato tutto questo polverone gender? Questo è un attacco palese a noi donne! Hanno visto che “ce la stiamo facendo” e non sanno più a cosa attaccarsi.

C’è molto da fare, ma stiamo battendo la strada più efficace. E c’è davvero molto di nuovo sul fronte occidentale: da apprendere, da confrontare e da divulgare. Smettiamola di dire “cosa non siamo”. Condividere quello che facciamo per educarci ed educare quotidianamente alle differenze sarà la chiave di volta per smontare quest’ultimo castello di infondate infamie patriarcali.

Silvia Ricci

Resoconto corso di formazione “Il fenomeno delle violenza: conoscerla per fermarla”.

Nell’ambito del progetto “Eureka, sostegno alla genitorialità”, finalizzato al benessere della famiglia,  il corso “Il fenomeno della violenza: conoscerla per fermarla” ha costituito la prima parte di una formazione più ampia che si pone l’obiettivo di migliorare le qualità relazionali all’interno della coppia e di conseguenza le capacità genitoriali. La formazione specifica sui minori costituirà il tema del secondo modulo di formazione, che sarà attivato nei mesi di ottobre e novembre 2015. Il corso intende rispondere alle indicazioni espresse nella ‘Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica’ (la c.d. Convenzione di Istanbul), ratificata dall’Italia nel 2013, quali ad esempio la prevenzione e la sensibilizzazione sociale.

Il corso di formazione si è avvalso di strumenti formativi diversificati quali:

  • lezioni frontali e interattive, stimolando il gruppo al dialogo e al confronto;
  • impiego di documentazione audio-video;
  • attivazioni individuali e di gruppo, quali giochi di presentazione per facilitare la conoscenza, l’integrazione e la coesione delle/dei partecipanti; scrittura di brevi storie, al fine di rilevare le implicazioni culturali che, in maniera conscia e inconscia, condizionano la vita in maniera diversa fra i generi; esercizi di relazione, per rilevare la percezione e l’auto-percezione degli spazi individuali e le diverse interpretazioni che ne scaturiscono; riflessioni collettive sulle aspettative di genere;
  • letture di testi letterari, per stimolare la riflessione e per fornire delle fonti informative alle quali poter accedere per eventuali approfondimenti;
  • scrittura creativa;
  • tecniche e giochi-esercizi di teatro dell’oppresso, al fine di far emergere i condizionamenti e le oppressioni individuali legati ai generi;
  • tecniche della scuola gestaltica.

Il corso si è svolto dal 9 maggio al 13 giugno 2015 (dalle ore 10,00 alle 13,00), presso lo spazio Tangram sito in via Colle Ameno 1, San Benedetto del Tronto (AP) ed è stato strutturato in sei incontri, aperto a cittadine/i del territorio, Enti pubblici, Enti privati, Associazioni di settore.

Origini culturali della violenza

11401448_438649589647156_7517997882468383251_nNel primo incontro, la dott.ssa Diana Capriotti ha affrontato gli aspetti storici, sociologici e filosofici delle origini culturali della violenza, ad esempio dell’esclusione delle donne dalla vita pubblica, dalla Grecia fino ad oggi. In particolare si è parlato del concetto di giustizia, approfondendo gli aspetti teorici della  filosofa Martha Nussbaum, quale ad esempio la teoria delle capacità; e della filosofa Miranda Fricker che parla di l’Ingiustizia Ermeneutica e l’Ingiustizia Testimoniale.

La dimensione pubblica, politica e linguistica della violenza contro le donne è stata introdotta dall’ Ass. Soc. Silvia Ricci, che ha sottolineato quanto la cultura quotidiana sia costruita e raccontata attraverso l’uso di termini e di immagini che rafforzano gli stereotipi di genere. Sono stati citati come esempi articoli di giornale, cartelloni pubblicitari, 11427183_438649806313801_3565833960521490733_nespressioni di uso comune e alcuni lemmi, con relative definizioni, contenute nei più significativi dizionari italiani (ad. esempio, la definizione di Uomo e la definizione di Donna riportate dalla Treccani). Nel contempo, si è  riflettuto sulla necessità di utilizzare il genere femminile nel parlato e nello scritto, suggerendo quanto l’uso universale del maschile affermi e perpetui dinamiche violente e di potere oppressivo (ad esempio, sottolineando l’importanza politica  di nominare le professioni al femminile e di ridurre il “maschile non marcato” o cosiddetto “inclusivo”, erroneamente assimilato ad un genere neutro che la lingua italiana non contempla).

L’intento di tutto l’incontro è stato quello di evidenziare come  una cultura che discrimina i generi, trasmettendoli a livello generazionale, attraverso comportamenti verbali e non verbali, script di ruolo e sessuali, possa legittimare la violenza contro le donne.

Durante la giornata è stato proposto inizialmente un gioco di presentazione, poi è stato chiesto alle/ai partecipanti di scrivere una breve storia seguendo delle indicazioni ed è 11401454_438665612978887_5520417891247725850_nstato consegnato un glossario del lessico minimo specialistico, indispensabile quando si parla di violenza contro le donne, e una lista di blog e siti web relativi agli argomenti trattati.

Le forme della violenza: il maltrattamento e la Tratta degli Esseri Umani

L’incontro è iniziato con la lettura di un passo del libro “Sessualità, violenza e terrorismo” di R. Morgan, per sollecitare una riflessione sul concetto della democratizzazione della paura:

la paura, che accompagna le donne fin dalla nascita, di essere potenziali vittime di violenza da parte di un uomo, è espressione di una cultura che può ritorcersi nei confronti del genere maschile.

Uno dei partecipanti ha di fatto riferito che una sera, trovandosi a camminare dietro ad una donna, ha avuto la percezione di essere fonte di paura per questa donna. “Ho percepito me stesso come pericoloso”. 

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La dott.ssa Raffaella Di Cola ha parlato delle forme della Violenza  contro le donne con specifico riferimento al maltrattamento intrafamiliare (che, come riferito dall’Onu, è la forma di violenza più diffusa) nelle sue peculiari manifestazioni (violenza psicologica, fisica, economica, sessuale e la spirale della violenza). Poiché la violenza psicologica è una della forme più difficili da riconoscere, tale tematica è stata approfondita attraverso la simulazione di un “tipico esempio di linguaggio psicologico prevaricante” agito da un uomo maltrattante, lasciando poi spazio a riflessioni fra le/i partecipanti.

La dott.ssa Valentina Sciagura ha introdotto il tema della Tratta degli esseri umani con specifico riferimento allo sfruttamento sessuale, agli esiti traumatici, al ruolo delle organizzazioni criminali, alla geografia del fenomeno e alla legislazione italiana.10330425_438649489647166_1091672397850933388_n La relatrice ha inoltre illustrato alcuni esempi di storie reali che hanno permesso di comprendere meglio il dramma esistenziale delle vittime e dell’importanza delle case rifugio per il reinserimento sociale delle donne. A conclusione dell’incontro sono stati proiettati due video di sensibilizzazione al contrasto dello sfruttamento sessuale

Le forme della violenza: lo stalking e le discriminazioni sul lavoro 

All’inizio dell’incontro è stata proposta un’attivazione per rilevare le diverse modalità di stare in relazione, la percezione e l’auto-percezione degli spazi individuali e le diverse interpretazioni che ne scaturiscono. 10389420_438664689645646_1168131636005170002_n A seguire la dott.ssa Raffaella di Cola ha esposto il tema dello stalking e le dinamiche che lo contraddistinguono. A conclusione del ciclo sulle forme della violenza, si è discusso sulle ragione e i condizionamenti che impediscono alle donne di allontanarsi da una relazione violenta.
La Dott.ssa Paola Petrucci, in qualità di consigliera di Parità della Regione Marche, ha offerto il proprio contributo per illustrare il mandato della “consigliera di parità”, della normativa che regola tale ruolo e della legislazione in merito alle discriminazioni nell’ambito del lavoro, corredando la sua esposizione con esempi concreti di intervento. A conclusione dell’incontro è stata distribuita una filmografia sulle tematiche trattate.

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Le oppressioni maschili e femminili in praxis

Tale incontro ha avuto l’obiettivo generale di riflettere sulla violenza contro donne attraverso un linguaggio artistico.

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Nella prima parte le formatrici, la dott.ssa Laura Capriotti e la dott.ssa Selenia Scarpantoni, hanno strutturato degli esercizi propedeutici al lavoro teatrale, con l’obiettivo di creare un clima di fiducia nel gruppo.  Il lavoro teatrale (in particolare si è utilizzato il teatro-immagine) ha permesso alle partecipanti di dare voce alle oppressioni individuali, creando delle ‘statue’ con il corpo. Ogni statua ha simbolicamente raffigurato le oppressioni o i sentimenti derivanti dalle oppressioni  vissute da ognuna ed ha ispirato nell’osservatrice la scrittura di versi poetici. La combinazione tra espressione corporea e narrazione ha permesso di sperimentare possibili processi di liberazione da condizionamenti oppressivi.

11390127_432158593629589_5737126453077846204_nLa seconda parte dell’incontro, facilitata dalla Dott.ssa Barbara Scarpantoni, ha esplorato i miti legati all’amore, utilizzando le tecniche della scuola ‘Gestalt’. Il dibattito ha preso spunto da un cartone animato, un fumetto o un film particolarmente amati durante l’infanzia (da 0-14 anni) per riflettere, prima a coppie e poi in gruppo, sulle modalità in cui tendenzialmente si entra in relazione con l’altro/l’altra.

I centri antiviolenza: la storia e la rete territoriale

La dott.ssa Raffaella Di Cola ha riportato la storia di quella che viene chiamata la Rivoluzione più lunga, in riferimento alla storia del movimento femminile degli anni ‘70 a Roma. Sono state lette delle testimonianze dirette di donne che hanno partecipato al movimento, che hanno aiutato a comprendere come sia nata l’esigenza di aprire i primi Centri Antiviolenza.

E’ stata proposta un’attivazione di gruppo con lo scopo di presentare la metodologia dell’Associazione Aradia, all’interno dei gruppi di riflessione collettiva. Si sono formati dei piccoli gruppi di riflessione sulle aspettative sociali sulle ragazze, prendendo spunto dal libro “Io sono emozione” di E. Ensler. Le riflessioni sono state raccolte e rielaborate in forma poetica.

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Nella parte conclusiva dell’incontro alcune operatrici dei Centri Antiviolenza della provincia di Ascoli Piceno e Fermo (rispettivamente la Dott.ssa Franca Maroni e la Dott.ssa Laura Gaspari) hanno illustrato la situazione dei Centri antiviolenza nel territorio. E’ stato coinvolto inoltre  il dott. Amedeo Angelozzi, operatore della casa di accoglienza per donne vittime della tratta a fine di sfruttamento sessuale “Casa Irene”, che ha illustrato la metodologia di accoglienza utilizzata.

Strumenti di tutela legale

10418219_438649766313805_7132844128995572091_n La dott.ssa Rosita Altobelli ha illustrato gli aspetti normativi e gli strumenti giuridici per la tutela legale della donne, esponendo i cambiamenti introdotti dalla legge 119/13 (c.d ‘legge sul femminicidio’). Particolare attenzione è stata posta alle modalità di stesura e d’impostazione della denuncia e all’iter giuridico da essa avviato. A conclusione dell’intervento si è discusso di un processo per stupro (con sentenza definitiva) per riflettere, a vent’anni dall’introduzione della legge 66/96, sulla cultura giuridica nei tribunali italiani.

10421262_438649539647161_3307031512796359878_n Nella seconda parte dell’incontro la dott.ssa Annamaria Mazzocchi ha presentato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (la c.d. Convenzione di Istanbul) illustrando gli obblighi degli stati firmatari  a tutela della donne: Prevenzione, Protezione, Perseguimento degli autori di reato e Politiche Integrate.

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Quante volte, figliola?

Ieri ho partecipato ad un seminario laboratoriale intitolato “Le resistenze al cambiamento”, condotto da una brava psicoterapeuta. Alla domanda “quali circostanze possono ostacolare un processo di cambiamento, anche se lo si ritiene necessario?” noi abbiamo proposto: la paura di non farcela; una serie di rischi e di incertezze; la tendenza a ripetere i propri agiti e a perpetuare le proprie abitudini, anche se disfunzionali; il fatto che tutto ciò richieda un grande investimento in termini di tempo ed energie; la disapprovazione di chi, fino a quel momento, ci ha fatto compagnia; la consapevolezza di perdere qualcosa o qualcun* che, pur esercitando un’influenza negativa su di noi, ci ha dato comunque piacere.

Ogni volta che si teorizza un vissuto in termini generali e astratti, mi diverto a vedere quanto questo mi riguardi, a quale situazione concreta mi rimandi, come, dove e perché.

Volendo essere onesta, bene o male è sempre la stessa fase della mia vita a tornarmi in mente. Devo lavorarci. Ci sto lavorando. La fase è quella che ha preceduto di circa sei, sette anni e che subito dopo ha fatto seguito alla mia scelta di cambiare. Un vero e proprio spartiacque caratterizzato, appunto, da una straripante voglia di rimettermi in carreggiata, di ridiscutermi e ridefinirmi, arginata però da una paio di dighe fatte di paure, dubbi, incertezze. Tutto nuovo. Tutto da rifare. Grandi potenzialità. Piccole sicurezze.

C’è voluto un po’ per ingranare la marcia, per comprendere, rielaborare e tentare di metabolizzare tutto quello che, fino a poco prima, era stata “La norma”. Ho chiesto aiuto ovunque e a chiunque, senza fare cerimonie e complimenti. Ho sempre creduto che, fin quando qualcosa non si comunica ad un altro essere umano, fondamentalmente non esista. Ho cercato, e trovato, una schiera di persone disposta ad ascoltare. Ho preso ovunque potessi prendere. A piene mani. In qualsiasi circostanza e in ogni luogo, io ho riletto la mia esistenza: durante una lezione all’università; al supermercato, guardando una coppia anziana fare la spesa; di fronte ad una gigantografia che pubblicizzava  un tosaerba. In ogni momento ho cercato di confrontarmi su quella che, mano a mano, diventava una dimensione sempre più distante da me, tanto da farmi chiedere “com’è stato possibile?”.

Se questo processo fosse stato solo in attivo, in crescita, forse mi sarei persa qualche pezzo lungo la strada. Invece, ho lastricato il mio cammino un pezzettino alla volta. Mi sono fermata. Ho titubato. Ho fatto un passo indietro e ho ripreso da lì.

Pensando agli ostacoli al cambiamento, mi è tornato chiaro un episodio che forse, un po’ per una sorta di reticenza connessa alla sacralità dell’evento in questione, avevo voluto frettolosamente archiviare. Agosto 2013, L’Aquila. Il rito della Perdonanza si impossessa del centro storico, o meglio di ciò che ne rimane, per circa una settimana. Fra i tanti retaggi culturali che ancora portavo con me nella borsa, occultati negli slip e nascosti nei calzini, la fede iniziava a vacillare, ma la obbligavo a mantenere una posizione dignitosa, di facciata. Mi faceva sentire solida. Mi conciliava una serie di opposti. “Ciao! Sono Silvia, sono anticonformista, ma non rinuncio del tutto all’ordine e alla disciplina della tradizione!”.

Il prato antistante la facciata di Collemaggio, nascosta dal palco su cui si avvicendavano rappresentanti del potere temporale e spirituale, in quella stranamente umida serata aquilana, era segmentato da uno squadrone di omini con la tunica nera fino ai piedi, alla Don Camillo. Alcuni, i più anziani o i più fortunati, un paio a dire il vero vestiti di porpora, erano stati piazzati sotto dei gazebo. Altri, avevano quanto meno un tavolinetto o qualcosa che fungesse da appoggio/inginocchiatoio. Altri ancora davano l’impressione di essere stati buttati sull’erba, soli con una sedia di plastica bianca. Di fronte a ciascuno di loro, disposto in fila, il popolo dei credenti aspettava di ricevere il sacramento della confessione.

Non mi confessavo da quasi un anno. L’avevo trascorso a raccontare la storia della mia vita a chiunque mi capitasse a tiro, volete che non lo facessi anche con un ministro di dio? Con chi, sapevo, mi avrebbe ascoltata con profonda devozione, spirito di carità e di comprensione, senza giudicarmi, così da aiutarmi ad essere mondata da ogni umana colpa? Mi sono data subito ad una scrupolosa cernita: via i porporati a priori, anch’io nutro i miei pregiudizi. Scartati tutti quelli sotto i gazebo. Anche perché, lì le file erano più lunghe, che ‘cca nisciuno è fesso: della serie “se proprio devo raccontare le mie magagne, almeno non predo l’umidità”. Troppo altolocati anche quelli col tavolinetto. Non rimanevano che i diseredati buttati sull’erba. Fra questi, la scelta è ricaduta su un hipster della cristianità. Mi sono detta che la Grecia c’ha fondato una civiltà sul “καλὸς καὶ ἀγαθός” (“kalòs kai agathòs”, ovvero “bello e buono”), io avrei trovato sicuramente un degno interlocutore.

Lui introduce come da prassi, poi io, Törless di casa nostra, parto a razzo con la mia serie di turbamenti. In questo flusso dove però tutto era opportunamente contestualizzato e ossessivamente razionalizzato e autoanalizzato, lui mi tronca netto e scostante: “Ovviamente tu non trovi pace, figliola! La libertà fa male”. In quel momento, ho avuto un attimo di stand-by e in un cameo è apparsa nonna, che amava rimproverarmi citando Caterina Caselli, con un orticante “la verità ti fa male lo so”. Riemergo da questo parallelo onirico e abbozzo un “Mi scusi padre, ma credo che il problema sia tutt’altro. Io non mi sentivo così bene da tempo. Semplicemente, mi trovo un po’ spaesata. Devo capire ancora qualcosa”. La pietas cristiana doveva essere andata a male a causa del caldo estivo quindi, senza girarci intorno, il mio interlocutore si è risparmiato le domande ridondanti e ha affermato perentorio: “Il problema è che, in sette anni, tu sicuramente ci hai fatto tutto quello che ci dovevi fare! Questo ha minato lentamente il vostro rapporto e vi ha condotti alla separazione, piuttosto che condurvi alla gioia del matrimonio!”. Mentre il sedere iniziava a friggermi sulla sedia che si squagliava (era sempre quella spartana di plastica bianca) e prima che potessi realizzare “Oddio! Ha avuto il coraggio di dirmi ciò che ha detto”, lui mi aveva già prescritto i compiti da fare a casa e malamente congedata.

Ho imparato la lezione. A prescindere dalla propria posizione rispetto alla fede, non si può parlare della propria esigenza di libertà, e di come gestirla, con chi aderisce ad un’istituzione che, fra i suoi capisaldi, ha il disciplinamento del corpo e il controllo di tutta la sfera affettiva. Ancor meno di cambiamento. Non sarà un simpatico accento latinoamericano a fare la differenza. Evito ulteriori considerazioni. Intelligenti pauca.

 

Silvia Ricci

 

Può un ‘centro di disassuefazione’ togliere un mattoncino dal muro del patriarcato?

Chiacchierando con un amico, il quale mi ha chiesto che genere di attività si portassero avanti in un ‘centro di disassuefazione’, ho detto che la peculiarità di un centro crisi è appunto lo scalaggio dei farmaci. Poi, ovviamente, ci sono i gruppi terapeutici, i seminari educativi e i colloqui individuali con il personale. Ho aggiunto: “Si tratta di una vera e propria casa: l’utenza, quasi totalmente maschile, si occupa di cucinare, lavare, pulire. Fanno tutto ciò che farebbero a casa loro, se fossero donne”. Toh! L’ho detto! Mi è uscito dal corpo, ci ho riflettutto solo dopo.

Attualmente c’è, oltretutto, una simpatica simmetria: il personale, tutto al femminile, include un solo uomo; viceversa per quanto riguarda l’utenza. Della serie: la droga è una faccenda da uomini; i lavori di cura sono roba da donne.

In questo momento, dalla mia scrivania, vedo che G. sta disinfettando le porte. V. lava i vetri, M. pulisce le scale. Hanno già raccolto il bucato, perché sanno perfettamente che il sole troppo forte e diretto ingiallisce i bianchi. Mio padre non ha neanche la vaga idea di ciò che questi uomini oramai sanno e fanno automaticamente.

Con chi ha problemi di dipendenze non è sensato fare affermazioni nette. La mia breve esperienza non mi consente di affrontare dinamiche di genere che loro (ovvero, questo gruppo di utenti nello specifico) ignorano totalmente. Però, ho colto la palla al balzo quando uno di loro ha ricevuto la visita della compagna, anche lei dipendente da sostanze e anche lei domiciliata presso una struttura collegata alla nostra. Il pranzo, nel giorno della sua visita, è stato preparato proprio dal compagno, che nei mesi trascorsi qui dentro è diventato un ottimo cuoco. Le ho chiesto cosa ne pensasse e se fosse rassicurata dal fatto che, una volta tornati a casa, avrebbe avuto un sostegno su cui contare. Risposta secca: “A me non va che lui faccia queste cose. Mi dispiace, perché mia nonna mi ha insegnato che di queste cose si occupano le donne”. Lui non ha risposto. Io non l’ho coinvolto. Tutti gli altri hanno ascoltato, ma nessuno si è tirato dentro la conversazione. Le ho detto che, invece, secondo me è giusto che tutte e tutti partecipino alle faccende domestiche e che nessuna persona nasce destinata ad occuparsene. Come alla fine di ogni pasto, la corsa alla sigaretta ha catalizzato l’attenzione. Conversazione finita nel giro di poche battute.

Dopo aver parlato con il mio amico ho avuto una specie di visione: questa casa è un piccolo laboratorio di dinamiche sovvertite! Il loro limite è che sono, ovviamente, imposte. Sono regole. La speranza è che, nel lavoro di ricerca di consapevolezze che questi uomini portano avanti, ci possa anche essere spazio per comprendere che, dato che in questa sede hanno imparato a svolgere ogni tipo di compito, al di fuori di qui non potranno dirsi ‘naturalmente’ inadatti a svolgere questi ruoli. Lo stesso dicasi per le donne che, vedendo collaborare alla pari gli uomini, comprendano di non essere ‘naturalmente’ concepite per occuparsi della casa in solitudine.

Silvia Ricci

Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente voluto.

Si può smettere di porsi domande? Sì, si può. Allora bisogna chiedersi perché ciò sia avvenuto. Perché un cervello che ha conosciuto il ragionamento decide di abdicare in favore di fideismi vari? Perché ha invertito l’ordine degli elementi del ragionamento stesso. Se la risposta precede la domanda, allora tutto il processo diventa inutile e sterile. Io mi sono data una risposta a tutte le possibili domande. Una risposta fatta di pelle ed ossa. Una risposta incarnata.

Questa, di volta in volta, assumeva le sembianze più consone al contesto della singola domanda. Ma corrispondeva sempre e solo con una volontà non mia. Una volontà incarnata. Che non mi riconosceva. Una volontà che non contemplava il confine fra ‘l’amore’ e la prevaricazione. Non lo lambiva, non lo concepiva nemmeno.

Ricordo il momento in cui ho accettato questa epifania: io non esisto più. Al suo posto c’era un noi. Un ingombrante noi. Però ben arredato. Insomma, non si può avere la botte piena e il marito ubriaco, no?  D’altronde, perché sforzarsi di immaginare altro? Le mie risposte erano tutte condensate lì. Pronte all’uso. Rassicuranti. Perché mi venivano servite come leccornie. Perché erano sempre condite con sorrisi e baci. Perché, d’un tratto, la mia volontà si era piegata, l’autostima mortificata e il mio io aveva finito per ingozzarsi di cose che non aveva desiderato e non aveva chiesto e si era visto privato di tutto ciò che, fino ad un attimo prima, lo aveva alimentato. E allora giù, con il miraggio delle idilliache variabili di una storia eterosessuale ben riuscita: la famiglia, i figli, la casa, l’amore fatto di tanti cuoricini di zucchero rosso.

Cartesio avrà pure creato un paio di problemini all’umanità, dividendo corpo e mente. Ma la mia testa ad un certo punto si è inceppata. E, ciò che è peggio, l’intoppo è rimasto a lungo. Si è sviluppato, calcificato. Ma il corpo no. Il corpo si è ribellato, quando neanche più sperava di poter comunicare qualcosa che non avesse raccolto da mani altrui. ‘Il corpo sa tutto’, ci hanno mandato a dire da Tokyo. Ora so, come e ovvio che sia, che mente e corpo hanno combattuto insieme. Ma gastrite, tiroidite, intolleranze e orticaria non hanno fatto richiesta di intermediazione. Si sono portate avanti con il lavoro, fintantoché il cervello ha dovuto palesarselo: anche in questo caso, la risposta era una, e incarnata.

Com’è stato possibile? Anni e anni di educazione cattolica hanno dato, inaspettatamente, il loro frutto. Quella stessa educazione che l’adolescenza mi aveva portato a ripudiare. Da manuale! Ma l’oggetto del mio ‘gran rifiuto’, come tutto ciò che si condivide senza metabolismo critico, era uscito dalla porta e rientrato dalla finestra. Così, alla prima occasione, ha cambiato forma e mi si è riproposto come la peperonata il giorno dopo l’abbuffata serale. Ovvero, sono tornati in pompa magna tutti i concetti che le figure familiari per me più care e formative avevano sempre presentato come auspicabili. Concetti che non contemplavano la volontà individuale. L’abnegazione mi sarebbe stata ripagata in cielo e in terra. Amen.

Certo, convengo con Michela Murgia: la subalternità femminile non è un’invenzione della Chiesa cattolica. Ma direi che l’usucapione da questa esercitata travalichi di secoli i tempi richiesti affinché essa possa rivendicare la proprietà di tale misfatto. Siamo sicuramente di fronte a quella che, in finanza, sarebbe una holding capogruppo. Metafore a parte, non pretendo di chiarire, né a me né a voi, tutti i passaggi di una dinamica per me ancora tanto ingarbugliata e che richiede ancora tanto lavoro.

Sta di fatto che, a guardarmi indietro, Frazer con me c’ha preso. Per anni mi sono dimenticata di esistere, concedetemi ora di prendermi come esempio dell’umanità tutta. Ebbene, la mia vita è stata scandita da una ‘fase magica’, coincidente con l’infanzia e l’adolescenza: per quanto volessi sforzarmi di conoscere il mondo, i limiti erano insiti nel metodo. Questo si è rivelato talmente deludente e frustrante da farmi gettare la spugna. Il momento è coinciso con la prima età adulta, alla faccia della maturità anagrafica. La mia ‘fase religiosa’ è stata una caduta inarrestabile. Niente poteva cambiare. Niente poteva migliorare. Perché avevo smesso di volerlo. Più che altro, avevo smesso di pensare cosa volessi. Stand-by perpetuo. Ho delegato un uomo in cielo e uno in terra, così da assicurarmi di essere coperta su entrambi i fronti. Ma il richiamo della ragione è stato irresistibile. La ‘fase scientifica’, inaugurata poco dopo il mio quarto di secolo, si è dispiegata in tutta la sua disperata libertà. E niente è potuto restare come prima. Niente ha potuto sottrarsi alla logica. Sono caduti ad uno ad uno, sotto la scure del pensiero forte, i ricatti morali, il potere delle lacrime e dei piagnistei, la volgare paura della solitudine, l’ipocrisia dell’altruismo fine a se stesso, la cieca volontà di far quadrare il cerchio.

Il mio cerchio ‘uroborico’ mi regala oggi una precarietà che si fa potenzialità, nella misura in cui è intrisa di una rinnovata volontà individuale per troppo tempo sopita.

Silvia Ricci

Corso di Formazione “Il fenomeno della violenza: conoscerla per fermarla”

Ha inizio il primo ciclo, di due moduli, del corso di formazione per conoscere le origini della violenza contro le donne, le sue forme e le possibili vie d’uscita. La formazione partecipata unisce teoria e pratica, una metodologia funzionale al sentire, all’immaginare e agire un cambiamento, direzionato verso nuove possibili forme di essere in relazione.

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